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SACRAMENTO DELL'UNZIONE

 

unzione degli infermi

(un’occasione per riflettere)

 

 13«Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. 14Chi è malato, chiami presso di sé i presbìteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. 15E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati». Gc. 5,13-15

 

Questo testo dell’apostolo Giacomo è posto a fondamento del sacramento dell’Unzione dei malati, sacramento messo ai margini dalla tradizione cattolica perché celebrato quasi esclusivamente in punto di morte.

La pietà umana, il dolore per il distacco dalla persona cara ebbero la meglio sul significato religioso profondo e spiritualmente elevato, di vivere insieme nella preghiera, nella fiducia e nell’abbandono a Dio il difficile e traumatico passaggio dalla vita alla morte.

Salvo rare e plausibili eccezioni, la preoccupazione prevalente era quella umana che portava a tener nascosto il momento finale e consigliava il sacerdote a non farsi capire dall’infermo o meglio ancora ad attendere che non fosse più in grado di sentire e di comprendere quello che gli veniva amministrato.

In questa prospettiva è evidente l’emarginazione di questo sacramento che invece, come tutti i sacramenti, ha lo scopo di procurare la forza, l’aiuto, la grazia del Signore.

Riportare all’origine, il valore ed il significato di questo strumento di grazia sarà un’impresa titanica, ma che dev’essere certamente perseguita con tenacia e costanza.

La sofferenza e la morte sono l’interrogativo, il cruccio più drammatico per ogni uomo, e sono pure la realtà in cui, prima o poi, ognuno si trova coinvolto.

Non corrisponde al vero l’idea che il vangelo favorisca la rassegnazione, l’accettazione passiva, l’ineludibilità basti pensare alle grida d’aiuto dei malati e alle guarigioni operate dal Signore.

Il pensiero cristiano evidenzia un duplice atteggiamento da seguire.

Mentre impegna l’uomo nella studio, nella ricerca, nella scoperta, nel ridimensionamento della sofferenza o della malattia, propone di trasformare la sofferenza inevitabile in occasione per ripensare se stessi,  ripensare al proprio senso di onnipotenza e riconoscere quanto si dipenda o si abbia bisogno degli altri e commutarla in offerta, accettazione, grazia – alcuni santi si sono convertiti da una vita dissoluta, spensierata, egoistica, violenta perché coinvolti in una sofferenza, una disgrazia, una malattia! –  «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Lc.22,42.

La  sofferenza, male misterioso e inevitabile - sia fisica che morale – può essere paragonata ad una massa d’acqua che irruenta precipita dalla montagna. Lasciata libera a se stessa travolge e distrugge tutto quello che incontra nel suo cammino, incanalata e controllata diviene fonte di energia, di vita, di bellezza.

Lo Spirito Santo, appena ricevuto con abbondanza nella Pentecoste, ci illumini, ci ammaestri e ci renda saggi nel trasformare tutto ciò che ci accade in progresso umano e spirituale.

 

TRASFORMARE LA SOFFERENZA IN GRAZIA!

(che annuncio sconvolgente)

 

Per questa santa Unzione
e la sua piissima misericordia
ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo.
R. Amen.

E, liberandoti dai peccati, ti salvi
e nella sua bontà ti sollevi.

R. Amen. (Dal Rito del sacramento)

Dalle parole del rito si comprende che il sacramento non è in funzione della morte, ma della malattia grave, della sofferenza. E’ un invocare l’aiuto per affrontare queste situazioni particolari non solo dalla medicina, dai propri cari, ma pure dal Signore, dallo Spirito. Se alla base non c’è la fede nella presenza del Signore, nella sua Provvidenza, nell’abbandonarsi fiduciosi in Lui, c’è il pericolo concreto – come del resto per tutti gli altri sacramenti - di scivolare nella superstizione, nella consuetudine, nella tradizione fine a se stessa.

 

Infine, un appello accorato.

 

Noi siamo maestri di bontà e di sensibilità a parole, mentre nei fatti spesso riveliamo tutta la nostra superficialità.

Gli anziani che abbiamo in casa difficilmente ci chiederanno, in questa occasione o in altre, di essere accompagnati alla chiesa. “Io

non ho il coraggio di chiedere, di disturbarli. Hanno già tanti impegni. Al mattino sono stanchi, lasciamoli riposare!” Queste frasi

le ho ascoltate diverse volte dai nostri anziani.

Nipoti, che spesso da loro siete abbondantemente foraggiati, e figli che avete goduto del loro aiuto fino a quando erano in grado di

offrirvelo,

 

Veramente non siamo in grado di intuire, di percepire questo inespresso

desiderio, questa occasione per loro, di rivedere la propria chiesa e incontrare

quel che resta ancora delle loro conoscenze? Se si, un’alba uggiosa ed incerta

si profila all’orizzonte della nostra società.

 

Con affetto.

Don Renato

 

 

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