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Quaresima diversa

CARITA’!  

 

                  QUANTO BISOGNO C’E’ DI CARITA’  

                                                                     SIA VERSO GLI ALTRI ! 

                                                                                             SIA VERSO SE STESSI ?

 

In questa quaresima voglio fare l’egoista. Voglio usare la carità soltanto verso me stesso.

Basta col fare, correre, raggiungere tutto, pensare a tutti, pretendere di salvare il mondo, consumarmi dal mattino alla sera. Voglio sedermi, non pensare a nessuno, entrare nel mio profondo.

Oibò! Scopro qualcosa di incredibile. A stento, con un forte scricchiolio riesco ad aprire la porta, entro e mi trovo come in una casa disabitata da anni. Polvere da tutte le parti, oggetti da tempo dimenticati, vestiti che non mi vanno più bene, giochi abbandonati qua e la, che mi richiamano l’infanzia, utensili inservibili, superati dal tempo, fotografie, quadri alle pareti di gente oramai scomparsa o diventata irriconoscibile per il passare degli anni, armadi rosicchiati dai topi, cassetti semichiusi in cui s’intravvedono appunti ingialliti, ci sono persino dei soldi fuori uso, brandelli di un catechismo scarabocchiato… Quanti ricordi affiorano alla mente! Momenti felici, passati nella spensieratezza, nell’impegno, nell’entusiasmo, nel desiderio di cambiare il mondo.

 

Non è possibile che tutto sia in abbandono, in disordine? Eppure non è passato tanto tempo dall’ultima volta? E invece sì. Sono anni, se ci penso, che non ci metto più piede, da quando fanciullo frequentavo il catechismo, partecipavo qualche volta all’eucarestia. Sì, ora ricordo. Il parroco ci insegnava che non è sufficiente crescere nel corpo bisogna aver un occhio di riguardo anche per lo spirito.

Io, invece, sono cresciuto nel corpo, eccome. Mi sono fatto uomo. Ho allenato la mia mente con gli studi, gli approfondimenti, le trasferte culturali, l’apprendimento delle lingue, ho tenuto in esercizio il mio corpo con lo sport, la palestra, il movimento, ho prestato attenzione al cibo per non eccedere nel mangiare, nel bere, sono diventato un “figo”.

Ho fatto famiglia, ho due bei bambini, una posizione sociale invidiabile, un sacco d’amici… e cosa scopro con sorpresa? Che nel profondo, spiritualmente, sono rimasto all’età dell’adolescenza, all’età delle prime contestazioni, all’epoca dell’abbandono.

Ora capisco perché non mi ritrovo più! C’è una dicotomia, uno iato profondo tra tutto quello che traspare esternamente e quello che ristagna nel profondo di me stesso.

Ecco perché faccio con fatica, di malavoglia, per abitudine, tanto per essere in sintonia con gli altri oppure ritengo di fare abbastanza, non mi prefiggo di fare meglio, di più. In questo modo non trovo gioia, soddisfazione, entusiasmo nella fede, non percepisco l’amore di Colui che mi ama spassionatamente e vive accanto a me, anche se io non me ne accorgo, non ne sono cosciente.

La mia fede ha un altro nome, si chiama religione. E’ fatta di gesti, riti, ricorrenze, tappe sociali a cui ricorrere, tradizioni, usi da conservare, regole da tramandare. Non è una scoperta, un incontro con una Persona, non c'è paragone tra quello che è stato nell’ aver incontrato mio marito/moglie. Quello sì che mi ha trasformato, reso felice, capace di fedeltà, di impegno, alle volte m’ha fatto piangere, ma il più m’ha dato la possibilità  di sperimentare la gioia di vivere.

Ora capisco tante cose: superficialità, atteggiamenti, ribellioni, contestazioni, abbandoni, giustificazioni, carenze spirituali.

Certo per trovare un angolino in paradiso, magari dietro la porta o sperduto chissà dove, se continuo cosi, senza grossi malanni, forse ce la farò, ma io non sono nato per essere uno qualsiasi, un insignificante, un mediocre, un quacquaraqà. Voglio essere un collaboratore e, se non proprio apostolo, almeno un discepolo del Maestro.

Il recupero però, se avrò la fortuna ed il tempo di raggiungerlo, sarà certamente lento e difficile né lo otterrò continuando a scaricare le colpe sugli altri: papi, vescovi, sacerdoti, bigotti, falsi cristiani, baciapile, Vaticano, Chiesa ricca, ammuffita, poco trasparente, orari, freddo, caldo... Sarà pure inutile cercare nel vangelo frasi, episodi che depongano a mio favore. Ne potrei trovare tanti! Sì, perché anche Gesù si tuffava nel fare, muoversi; pure Lui spesso era stanco, sfinito, alle volte sfiduciato, però sapeva appartarsi, fermarsi, trascorrere tempo nel silenzio, nella meditazione, nel colloquio col Padre, non importa se a mezzogiorno o tardi la sera o presto al mattino, mentre gli altri ancora dormivano. In questo modo non era mai interiormente vuoto, aveva sempre tanto da dare perché tanto aveva ricevuto e non elemosinava il tempo per ricaricarsi.

Ce la farò io?  Rubinetto che pensa di dar acqua senza avere alle spalle una sorgente? Lampada che vuol illuminare senza essere attaccata alla corrente? Albero che ritiene di offrire frutti belli, succosi, attraenti senza avere le radici? Uomo che vuol dare senza prima essere?

Mi par di essere soltanto un pallone gonfiato che, basta uno spillo, per essere afflosciato, sono “come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita”. I Cor. 13,1

Signore, fa che io pensi di più a me stesso, alla mia interiorità, alla mia spiritualità, alla mia intimità con Te. Insegnami a stare zitto, fermo, in contemplazione. Fammi capire che se Tu non sei riuscito a cambiare il mondo non lo farò neppure io con tutta la mia sicumera. Voglio farti un paragone irriverente. Come il cane sta ore ed ore accovacciato accanto al padrone e non si muove finché non lo fa il suo padrone così aiutami a stare in contemplazione davanti a Te ed a vincere la tentazione che mi rende inquieto, ricordandomi in continuazione le tante cose da fare!

Solo così, nelle tue mani, diverrò strumento prezioso per me e per gli altri, solo così potrò essere quel piccolo tassello, che da Te collocato nel posto giusto, contribuirà a rendere meraviglioso il mosaico che Tu con pazienza vai costruendo da secoli, nel mondo.

Signore, a questo punto avrei tante cose da dirti e da chiederti, prima per me e poi per i miei fratelli, ho però sulle labbra una preghiera che non riesco a trattenere e devo assolutamente esternare:

 

“Abbi misericordia: illumina, insinua un dubbio, un attimo d'incertezza, di ripensamento

 

in quelle persone caritatevoli che, con la destra distribuiscono con abbondanza doni preziosi, utili, graditi, attesi,

e con la sinistra, effondono con generosa abbondanza aceto, sale, peperoncino, candeggina!” (Intelligenti, pauca).

 

Se questa quaresima darò più spazio a me, alla mia spiritualità, al riordino di questa casa

fatiscente, terribilmente vuota, forse sarò un egoista? Non lo so.

E’ un rischio comunque che devo correre.

 

don Renato

Passons, quaresima 2015

 

 

 

 

 

 

 

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