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Preti di frontiera

Lettera al Direttore

 

 (Lettera inviata al direttore Messaggero Veneto 22 dicembre 2012)

Stimatissimo Direttore, gradirei fare con lei una riflessione a voce alta per aiutarci - facendo un buon servizio anche per qualche lettore che si lascia facilmente impressionare dalla “notizia sparata”, - e produrre un discorso un po’ più articolato.

 

 

Mi riferisco ai“preti di frontiera” di cui in questi giorni e, oramai ciclicamente, si parla sul giornale. Mi sembra molto riduttivo ritener tali, solo coloro che difendono le coppie omosessuali o l’abolizione dell’esercito o la messa in vendita del Vaticano in favore dei poveri o il sacerdozio alle donne. Argomenti seri che si possono mettere all’ordine del giorno, ma che, per la loro complessità, non si modificano con un tocco di penna od un colpo di spugna.

Se l’albero è piccolo, anche un bambino lo può sradicare, se invece è vetusto e mastodontico il lavoro si fa più lungo, difficile e pericoloso. E poi, dove sono quei preti friulani che discriminano i “comunque diversi?” Se ce n’è qualcuno, sono il primo a dispiacermene, ma non mi risulta siano una moltitudine. Se poi il discorso lo si vuol allargare all’Italia o al mondo intero, allora vorrei proporre l’esempio del rammendo. Ago e filo alla mano, s’incomincia l’operazione dal bordo (da noi, da qui) dello strappo e si procede lentamente fino a richiudere il buco! Questo lavoro, forse nel troppo silenzio, è già cominciato da secoli. Quello però, che mi premeva far notare era un’altra cosa.

Don Larice che vive spendendo la propria vita in mezzo ai ragazzi con problemi? Don Arduini che fa lo stesso, nella comunità di don De Roia? Don Bordignon, di cui tutti conosciamo la storia? I salesiani de “La Viarte?” Gli orioninii del Piccolo Cottolengo, entrambe istituzioni, con sede a Santa Maria la Longa? I sacerdoti che assistono i moribondi, nelle Casa di Riposo (bel eufemismo!)? Alcuni preti della Carnia o delle Valli del Natisone che resistono in loco senza abbandonare a se stessi, vecchi o famiglie che vivono in paesi che, definirli fantasma, è già troppo? O certi parroci che, alla soglia del secolo sono ancora sul campo– vedi Ipplis, con don Nimis, classe 1917)? E il gran numero di sacerdoti che “sudano sette camicie” per tentare di trasmettere alcuni valori sia spirituali sia umani di convivenza, rispetto, collaborazione a dei bambini o giovani, spesso indifferenti, svogliati, alle volte, maleducati, prepotenti? O che pazientano con dei genitori che concedono tutto ai propri figli, salvo elemosinare il tempo e lo spazio per lo spirito, l’interiorità, la coscienza, pronti però a pretendere dalla parrocchia, facili alla critica e dalla borsa ben sigillata? Tutti questi sono preti di retrovia? Di pianura? D’ufficio? Di quieto vivere? Di sistema? Allineati?

Suvvia, in questa società, se prendiamo la vita sul serio, siamo tutti, preti e laici, uomini di frontiera!                                                                                                               

don Renato Zuliani

 

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